Associazioni caritatevoli?

Partiamo dalla definizione di “Carità”, questa determinante virtù teologale insieme alla Fede e alla Speranza, che consiste nell’amore verso  Dio,  verso il prossimo e tra gli uomini, che è una disposizione dell’animo che, illuminato dalla volontà di essere utile al prossimo, passa attraverso la volontà di renderselo  “ caro”, e al darsi da fare, sacrificando qualcosa del proprio. Partendo dalle premesse vediamo se queste caratteristiche siano applicate nel caso della varie associazioni “ caritatevoli”, improvvisate od organizzate, ricche o più sgangherate, che operano ogni sera davanti alla Stazione Tiburtina, sotto la famigerata sopraelevata. Bene, osserviamo come avviene la distribuzione dei “caritatevoli” pasti: di solito verso le 20 arriva alla stazione un camioncino bianco dal quale fuoriescono piatti di ciambelle fritte, che favoriscono la salute del fegato, o altro, escono litri di Tavernello, il tutto viene posizionato o distribuito come capita, sopra le macchine dei residenti, su tavoli sbucati dal nulla, sui secchi dell’immondizia, lungo le scale della metropolitana, che per sua disgrazia, ha un’uscita proprio lì, col suo carico di umanità che torna dal lavoro. Osserviamo i beneficiari della distribuzione e somministrazione: arrivano a frotte, a centinaia, ubriaconi dell’Est Europa, rom e sinti, africani già sfamati nei vari centri, italiani anziani e in difficoltà. Nessuno controlla le file, nessuno controlla, per esempio, se chi chiede il pasto sia davvero bisognoso e molti non lo sono essendo persone che stazionano fissi e che si scolano diverse bottiglie di alcolici dalla sera alla mattina, nessuno controlla se ci sia il rispetto della fila e cioè se chi già ha ricevuto si faccia da parte per far passare il successivo, nessuno controlla se le persone meno arroganti e più indifese ricevano il loro piatto o siano sistematicamente scavalcate dai prepotenti. Bene, così avviene, nessun dialogo per capire le difficoltà, nessun aiuto psicologico, ma il pasto degli animali. Le risse scoppiano festose, a bottigliate in testa, chi è al lavoro negli esercizi commerciali di fronte e si affaccia per vedere il livello di pericolosità viene mazzolato di botte e si ritrova all’ospedale col volto tumefatto. I residenti sono bloccati nelle loro case, prigionieri nel loro quartiere assediato dal degrado e dall’insicurezza, se qualcuno deve accompagnare un parente alla stazione per un viaggio si porta in tasca il coltello. Ma non è sufficiente questo, perché alla fine del pasto delle fiere, il peggio deve ancora succedere e cioè i “caritatevoli” addetti  sgommano via lasciando l’immondizia in ogni angolo, sui marciapiedi, sopra le macchine, lungo il parapetto della metropolitana,  nessuno che “caritatevolmente“ pulisca, i fruitori, che hanno bevuto e mangiato, fanno tutti i loro bisogni fisiologici  in assoluta libertà sotto il cielo di Roma, i topi dalle dimensioni di gatti, escono dalle  fogne e banchettano con i resti del cibo rimasto a terra. Ci chiediamo in questo quadro dove sia la Carità, se non sia, invece, istigazione a delinquere, se non sia piuttosto, la concretizzazione del non rispetto di ogni pur  minima regola  necessaria al vivere civile.  Lo chiediamo ai Cavalieri di Malta, che pure hanno diverse strutture di proprietà che potrebbero ospitare al chiuso queste persone, lo chiediamo a “Roma 81” se questo è il modo, se questa è l’amore verso il prossimo, o se non ne sia  la sua folle caricatura, perché la vera carità  includerebbe anche il rispetto per gli sfortunati residenti, se questo è degno di un paese civile o di una capitale europea. Dov’è la carità, in cosa davvero consista, dov’è l’aspetto dell’aiuto umanitario che dovrebbe concretizzarsi in altro e di altro livello e qualità, lo chiediamo a loro che non puliscono, a loro che se ne fregano, a loro che vanno via dopo aver portato non il conforto ma il disastro, alterando di fatto i  luoghi, rendendoli pericolosi, inquinati ed invivibili. Attendiamo risposte e, soprattutto, cambiamenti.

Maria Antonietta

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