La panchina

Nel nostro quartiere, in questi ultimi giorni, si è scatenata la guerra intorno ad una panchina, un’ innocente panchina assurta, suo malgrado, a simbolo di degrado, diritti violati, vita impossibile. Da un lato i residenti che vivono in via Giovanni da Procida, davanti ad una piazzetta, aggrediti dall’incuria, dall’inciviltà, dalla sporcizia, dalla presenza notte e giorno di persone ubriache che dormono su quella panchina, e che, esasperati, senza altre difese, con il permesso del Municipio, e a loro spese, hanno fatto mettere alcune sbarre sulla panchina che permettono di stare seduti ma non di sdraiarcisi a dormire, sottraendone di fatto l’utilizzo ad altre persone. Sull’ altro fronte belligerante, le associazioni di attivisti che, reclamando un inesistente diritto al vagabondaggio e all’occupazione di spazi pubblici, non puntando alla risoluzione di un grave problema sociale, finiscono con l’aggravarlo e che sono scese in campo segando quelle sbarre, come simbolo di “architettura ostile”.

Il nostro comitato è dedicato al decoro e lo abbiamo sempre inteso non nel suo ambito ristretto di “abbellimento estetico”, di gerani sul davanzale e di violette nel vasetto ma nella sua ampia accezione di dignità del vivere sociale, dell’aspetto, del comportamento, della relazione con gli altri, nel rispetto delle norme che regolano la vita degli esseri umani, decoro come valore di cultura e sentimento di dignità. Non a caso riteniamo che il contrario del termine sia degrado, imbarbarimento, regressione. Tutti, in una contesto urbano evoluto, in una città come Roma che vanta millenni di Storia, che ha arte e monumenti da far invidia al mondo, che potrebbe vivere alla grande di solo turismo, hanno diritto al decoro. Lo hanno i residenti, incolpevoli, che vengono, invece, stravolti e travolti da movida selvaggia, immondizia, rumori di notte e di giorno, insicurezza e che vedono la loro vita quotidiana colpita al cuore, le loro abitazioni perdere valore, compromessi la serenità e i rapporti sociali; lo hanno i senzatetto e gli sbandati di ogni provenienza che sempre più numerosi, senza speranza e senza regole, si aggirano ovunque con in mano un cartone di Tavernello o la lattina della birra, facile preda di risse, malavita, problemi sanitari. I soldi pubblici, che provengano da privati cittadini i quali spontaneamente offrono il loro aiuto alle varie associazioni o chiese che operano in città e spesso, si tratta di fiumi di soldi, o dalle istituzioni, che per legge hanno in questo ambito la loro attività prevalente, devono andare nella direzione giusta. Devono essere, cioè, messi a frutto nel modo migliore, devono essere impiegati per togliere dalla strada chi della strada ha fatto la sua indecorosa casa, portare al chiuso con coperte e pasti caldi, tesi al recupero sociale laddove sia possibile, con una politica sociale specifica, studiata, programmata e non affidata alle casuali, spericolate attività di singoli privati o di dubbie associazioni, che tolga dall’illegalità e dall’irregolarità le persone, che offra soluzioni di dignità e non reiteri comportamenti asociali di fatto istituzionalizzandoli. Infatti queste situazioni fuori ogni regola del vivere civile fanno scivolare l’intera città verso il basso, avvelenano gli animi, col degrado che richiama, riflette e rimanda ad altro degrado, in una catena senza fine, la catena va spezzata, studiando anche gli esempi e i modelli virtuosi di altre città, con l’impegno di tutti. Non c’è alternativa: o decoro o degrado.

Maria Antonietta

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